Abolizione comuni sotto i 5mila abitanti, il consiglio comunale dice no

Testo della delibera

Il Consiglio comunale

premesso che:

E’ nei Comuni, che nasce e cresce il cittadino; è li che esso forma il centro dei suoi interessi e sviluppa la propria famiglia come cellula dell’intera società.

Non a caso l’Italia ha, unica al mondo, due istituzioni millenarie: la Chiesa Cattolica Apostolica Romana ed ottomila Comuni.

Prudenza vorrebbe che tali istituzioni fossero trattate con il dovuto riguardo, rispetto, sensibilità; e ciò comunque la si pensi, comunque si appartenga a schieramenti politici o culturali.

Sta facendo invece un’operazione scorretta e superficiale, sulla seconda delle istituzioni citate, la proposta di legge che va sotto il nome del primo firmatario On.Lodolini, seguito da altri 19 deputati del PD, che all’art.1 modificherebbe il testo unico sugli enti locali sancendo che: “Un Comune non può avere una popolazione inferiore a 5000 abitanti”.

L’art. 2 prevede la fusione obbligatoria, che se non volontariamente scelta, verrà attuata dalle Regioni; l’art.3 dimezza i trasferimenti erariali alle Regioni non adempienti.

Gli 8.003 Comuni italiani non sono né tanti né troppi accanto ai 12.900 tedeschi, 36.700 francesi, 8100 spagnoli e via elencando; la particolare orografia dell’Italia ha nei secoli costruito aggregazioni ottimali con propria storia, identità, tradizioni, tipicità, eccellenze, che sono alla base delle forme più diffuse del made in Italy; seimila circa di essi sono amministrati da volontari a costi risibili o inesistenti; negli ultimi 15 anni hanno subito tagli dieci volte superiori agli altri comparti pubblici.

Non è dimostrato, anzi lo è il contrario, che la dimensione demografica costituisca risparmio o servizi efficienti; l’associazionismo delle funzioni e dei servizi è una cosa seria e da praticare, ma non con obblighi assurdi o direttive sommarie.

A dirlo in modo circostanziato sono proprio organi statuali come la Corte dei Conti ed il Ministero dell’Interno.

La Corte dei Conti nelle ultime Relazioni sugli Enti Locali, 2013 e 2014, hanno esaminato i flussi finanziari delle unioni di Comuni giungendo a conclusioni che i relatori della proposta di legge dovrebbero conoscere: “… i dati in se depongono per la sostanziale irrilevanza ai fini di una efficace correzione degli andamenti di spesa corrente dei Comuni, attraverso la costituzione di unioni di comuni.”

Riguardo alle spese correnti analizzate nei Comuni prima e dopo la costituzione delle Unioni, “si assiste ad una crescita della spesa totale per entrambe le categorie di enti, che non sembra in linea con la finalità di risparmio di spesa ”Ancora rispetto al personale ed ad alcune funzioni amministrative: ”… se la spesa dei Comuni evidenzia risparmi quasi in tutte le funzioni (cedute) questi sono totalmente assorbiti dalle spese sostenute dalle Unioni…che di fatto superano, in alcuni casi in maniera notevole, le diminuizioni conseguite dai Comuni”.

Ancora rispetto alla spesa sostenuta dai Comuni e dalle Unioni per prestazione di servizi: “supera sempre, per qualsiasi funzione, il valore delle spese che i Comuni sostenevano prima dell’istituzione delle Unioni”.

La Corte dei Conti, dopo un’articolata disamina, da tre indicazioni conclusive: i risparmi ottenibili non possono incidere in maniera significativa sui saldi di comparto; l’alto livello di rigidità organizzativa rende poco efficace questo metodo di razionalizzazione; la rilevazione della costante crescita della spesa rende poco probabile l’affidamento del contenimento della spesa alle Unioni di Comuni.

Se consideriamo che le Unioni sono la premessa per qualsiasi tipo di fusione, non possiamo che riconoscerne la validità soltanto in casi specifici, in cui la natura politica, socioeconomica ed orografica dei Comuni, lo consentano; non certo un obbligo valido ovunque; inoltre sia sempre l’autonomia dei Comuni interessati a scegliere quale forma associativa assumere e non come avvenuto per il Comune di Abetone che la regione Toscana ha fuso d’imperio con altro Comune, illegittimamente.

Il ministero dell’Interno ha poi svolto attraverso i Prefetti una lunga e dettagliata rilevazione sullo stato di attuazione dell’obbligo associativo delle 10 funzioni per i comuni sino a 5000 abitanti ex legge n° 78/2010, pubblicandone il 15.10.15 le risultanze, anch’esse lapidarie e per certi versi clamorose: Sostanzialmente la legge è fallita perché semplicemente inapplicabile per criticità oggettive, che vengono elencate e spiegate.

1) Criticità geografico-territoriali – 2) Criticità organizzative – 3) Criticità politiche – 4) Criticità interpretative – 5) Sovrapposizione con la disciplina dei servizi ( acqua, rifiuti, trasporti ecc.) – 6) incoerenze con le discipline regionali

Il ministero dell’interno conclude indicando il superamento dell’obbligo associativo, l’autonomia di scelta dei Comuni ed una politica incentivante, come elementi necessari per una nuova legislazione sull’associazionismo comunale.

Possibile che di tutto ciò non si tenga conto in Parlamento?

Tutto ciò premesso

Il Consiglio Comunale

Alla unanimità

stigmatizza come inappropriata, superficiale e dannosa la proposta di legge, con primo firmatario Lodolini presentata alla Camera il 29 gennaio u.s. sulla riduzione demografica minima a 5000 abitanti dei Comuni Italiani;

invita l’ANCI a prendere posizione al fine di porre fine a simili iniziative ed a concludere invece l’ elaborazione che ha a base il Manifesto Di Cagliari approvato nel luglio scorso, che dovrebbe portare ad una definizione normativa del governo di prossimità;

invita l’On. Lodolini e gli altri relatori a prendere visione dei documenti citati in premessa e di quanto ANCI e la sua Consulta Piccoli comuni, ha prodotto in proposito.

Antonio Porri
Sindaco di Vasanello
Responsabile Provinciale Anci

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